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Intervista a Panikkar

A margine dell'ultimo numero della Rivista, Spiritualità e psicologia analitica, pubblichiamo un'intervista ed un video che Fabrice Dubosc ci ha permesso di condividere con i nostri lettori.

 

Da un colloquio con Raimon Panikkar (una prima versione è stata pubblicata come prefazione a F.O. Dubosc Il deposito del desiderio - l’Islam e il cuore del dialogo - Moretti e Vitali, 2007).

Fabrice Dubosc: «Alcune persone con responsabilità importanti nel dialogo interculturale hanno sottolineato l'importanza del logos, della Ragione, quasi a volerne fare una sorta di "misura" del grado di differenziazione di una religione... Lei hai sottolineato che il mito è un imprescindibile "compagno di viaggio" del logos. San Paolo diceva addirittura che Dio ha "reso la sapienza degli uomini follia" e questa idea è presente anche in tante tradizioni religiose come quella dei "folli di Dio" del sufismo islamieo, o in certe tradizioni chassidiche, per non parlare del fenomeno dello sciamanesimo in altre culture.. .». [Mi riferivo al famoso discorso di Ratisbona di Benedetto XVI in cui il Papa sottolineava il primato della ‘ragione estesa’ del logos divino - discorso che da molti fu letto come  un’affermazione dogmatica contro il Dio ‘oscuro e trascendente’ dell’Islam anche per una citazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo tratta da un suo scritto sulla guerra santa]

Raimon Panikkar: «Tanto per cominciare, il logos non è solo Ragione. Il logos è innanzi tutto Parola e la Parola è molto di più della Ragione. La Parola non è solo concetto ma anche simbolo. Se citiamo Aristotele e diciamo che "l'uomo è un animale razionale" facciamo di questa citazione una traduzione molto unilaterale; Aristotele dice che "l'uomo è quell'essere vivente attraverso il quale il logos transita", attraverso il quale passa la Parola - Dabar, Vac  - che in tante tradizioni ha un rango primordiale.  In secondo luogo il mito è ciò in cui noi crediamo in modo tale che nemmeno siamo consapevoli che crediamo in esso... it is taken for granted, come dicono gli inglesi... E’ ciò che noi diamo per scontato, che pensiamo normale, naturale; è lo sfondo a partire dal quale parliamo. Ogni uomo ha un mito e vive grazie a un mito. Così come ogni lingua ha un accento e io mi rendo conto dell’accento degli stranieri, ma non mi rendo conto del mio. Anch'io parlo con un accento. Questo è i1 mito. Ma rendersi conto del mito lo sfuma, lo abolisce in un certo senso... Quindi per rendermi conto del mio mito ho bisogno di quello altrui. Per me i1 dialogo non è soItanto un lusso, ma è essenziale a qualsiasi rapporto umano... se io non sono disposto che l'altro scopra i1 mio mito, come io scopro il suo, non c'e dialogo ma c'e soltanto monologo o imposizione...». 

FD «Mi sembra che l'interculturalità possa cadere in due trabocchetti: il primo è il solipsismo di una pretesa superiorità quando pensiamo di avere una prospettiva meta-culturale, che sfocia spesso in un multiculturalismo assimilante. E il secondo è di dire "ogni cultura ha il suo posto ma stia al suo posto!”  Con il rischio di una ghettizzazione delle culture. D’altronde, il pluralismo spesso ha poco credito tra i credenti perche viene inteso come qualcosa di secolare, se non di secolarista... Crede che oggi possa nascere un mito del pluralismo?». 

RP: «Non credo che il pluralismo sia soltanto secolare... II pluralismo sorge dalla consapevolezza della mia contingenza... II pluralismo non è pluralità, è la consapevolezza che tutto quello che io dico, penso e faccio risponde alIa mia contingenza. E, siccome mi piace giocare con Ie parole, contingenza per me significa cum-tangere, toccare in un solo punto senza dimensione l'infinito, la Cosa e l'altro, se vuoi. .. questo è il pluralismo. E perciò la verità stessa è pluralista... non è plurale! La verita stessa dipende da un testo, da un contesto, da un pretesto e da tante altre cose. Nessuno ha il monopolio delle parole e se ne può parlare in tanti modi. Ma io per pluralismo intendo non la pluralità, ma la consapevolezza che ogni affermazione dipende da un contesto e che per capirla devo anche, in certa qual forma, indovinare il pretesto che fa sì che io dica quello che dico...». 

FD «Un'altra dimensione "mitica" che Lei sottolinea nel progetto sullo Spirito delle Religioni è quello del perdono. Può essere che il perdono non sia un concetto universale - anche se ci sono equivalenti omeomorfi come la compassione o la misericordia o l'interdipendenza... Ma al di la del concetto, qual è il cuore, come possiamo renderne viva la pratica, e cosa ha a che fare con quella che Lei chiama "innocenza cosciente"?». 

RP: .«Per parlare del perdono, che è una parola molto concreta che ha senso solo in un insieme di tradizioni e non in tutte, devo utilizzare il linguaggio di quelle tradizioni per cui il perdono ha un senso. E allora direi che il perdono è la "de-creazione", è ciò che abolisce, che annulIa ciò che è stato. Abbiamo una visione troppo statica, troppo ferma della realtà, per cui ciò che è “reale" è reale....No. Non a caso in tante tradizioni si parla di una "creazione continua". E il perdono è la forza straordinaria che ha l'essere umano - anche se non è una forza "propria" (per cui anche la nostra tradizione dice che solo Dio puo perdonare) - e tuttavia è una forza che puo abolire, "de-creare" quello che e stato. II perdono non è il mero fatto di non vendicarsi... No, vuol dire un atto grazie al quale ciò che è stato fatto cessa di essere un fatto. Anche in una piccola parte della tradizione anche cristiana - Tertulliano, Chestov e tanti altri - si riconosce la fluidità continua grazie alIa quale ciò che è stato non è qualcosa di "definitivo”, statico e "vero".  Tanti secoli fa ci fu una grande controversia a partire dalla tesi che la caduta di Gerusalemme - che è un fatto storico - potrebbe essere che non sia un fatto storico!  Del resto, anche la possibilità del perdono è da mettere in relazione con la consapevolezza della nostra contingenza. Noi tendiamo a rendere assolute le nostre convinzioni. Ma non 1o sono!

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